Pesca a strascico nella rete

I dati diffusi dall’agenzia We are social per il consueto appuntamento annuale del rapporto sul digitale ci restituiscono un quadro molto interessante: gli utenti connessi alla rete sono più di 4 miliardi nel mondo e in Italia raggiungono la cifra notevole di 43 milioni, su una popolazione di poco meno di 60 milioni.
Oggi il numero delle persone connesse ad internet è uguale all’intera popolazione mondiale del 1975.

Tutti nella rete, una rete per tutti
Praticamente si collegano alla rete quasi tutti: questo è un bene nella stragrande maggioranza dei casi, lo è soprattutto quando ci approcciamo a questa enorme rivoluzione tecnologica e culturale con l’ottica di coglierne le potenzialità e sfruttarne le opportunità. In diversi post di questo blog ho espresso la mia opinione in merito e chi mi conosce di persona ha avuto modo di ascoltare almeno una volta (ma io tendo ad essere ripetitiva) qualche mio commento entusiasta sulle bellezze del mondo digitale.

Come tutte le cose di questa vita, esistono fattori positivi ed esistono fattori negativi.  Ad esempio, stanno in rete tutti, ma proprio tutti-tutti, anche quelli che non dovrebbero starci: è esperienza comune vedere bambini troppo piccoli utilizzare device connessi in rete senza sorveglianza da parte dei genitori, oppure vedere genitori che utilizzano i social network senza rispetto per la privacy dei propri figli.  E si potrebbe continuare all’infinito nell’elencazione dei comportamenti contrari all’educazione, al buon senso, al rispetto. Ma io oggi ve ne voglio proporre uno solo, sulla scia di una riflessione scaturita solo qualche minuto fa.

Nel mare magnum di internet ci sentiamo tutti pescatori di informazioni e conoscenza, purtroppo molto più spesso di quanto possiamo immaginare,  siamo visti come i pesci da far abboccare all’amo. Cambia l’esca ma gli obiettivi di solito sono ben definiti e comuni:

a) i nostri dati
b) i nostri soldi

Che poi, a guardare bene, le due cose si pure sovrappongono: ormai dovremmo essere arrivati al punto in cui è diffusa la consapevolezza dell’importanza che i nostri dati hanno, così come dovrebbe essere dato per scontato l’assunto che laddove non sia previsto un pagamento per usufruire di un determinato servizio, probabilmente, il pagamento risiede nelle informazioni dell’utente.

Esiste inoltre un problema, a mio parere estremamente sottovalutato eppure di grande importanza. Di quei 43 milioni di utenti italiani di cui sopra, una grandissima quantità deve necessariamente rispecchiare il triste primato che ci vede nazione capofila per l’analfabetismo funzionale (il 47% dei nostri connazionali è incapace di comprendere, valutare e usare le informazioni a disposizione nell’attuale società secondo i dati dello studio “Literacy for Life” che trovate a questo link).

Si tratta quindi di tantissime persone che usano gli strumenti tecnologici, i social network, i siti internet, eccetera, ma che non hanno o non vogliono avere gli strumenti cognitivi per decodificarli, interpretarli, comprenderli pienamente.

Escono dalle fottute pareti (cit.)
Nelle sacche di ignoranza (inteso nel senso di ignorare, non conoscere, non nel senso dispregiativo del termine) unite alle finte opportunità di guadagno simil piramidale c’è un grosso spazio che permette la nascita e crescita di un sottobosco quantomeno discutibile: lo stalking multipiattaforma (omnichannel) di coloro i quali mascherati da professionisti, vogliono venderti *qualsiasi prodotto X* ma solo dopo averti aggiunto ai loro fantastici gruppi facebook dedicati a *qualsiasi prodotto X*, tre secondi dopo averti invitato a cliccare mi piace alla loro super fantasmagorica pagina e nello stesso istante in cui diventano tuoi follower su instagram, ma soprattutto dopo il messaggino privato rigorosamente copiaincollato ad altre n-mila persone.

Il primo premio assoluto lo vincono quelli che io chiamo i pusher del dimagrimento: quelli che spacciano integratori miracolosi come la soluzione finale per dimagrire. Stupidi noi che abbiamo investito in una laurea triennale e specialistica, in un esame di Stato obbligatorio per abilitarci all’albo dei biologi, quando invece avremmo potuto essere coach nutrizionali di stocxxxo TM abilitati all’albo di Facebook.

E siccome escono dalle fottute pareti ( sempre cit.)  e sono intorno a noi, in mezzo a noi ( altra cit. ) la probabilità di venire contattati in un qualsiasi social network è molto alta, anzi direi che non si parla neanche più di probabilità ma di certezza.

Incontri ravvicinati del terzo tipo
Ora, finché contattano me (ed eccoci alla situazione che mi ha ispirato la riflessione) con messaggino privato copiaincollato che mi comunica di essere stata inserita in un fantastico gruppo dedicato a *prodotto X che fa dimagrire mangiando tanto*, beh, la cosa oltre ad infastidirmi non ha conseguenze. Ma la pretesa che sia lecito passare sopra la professionalità degli altri, è quello che non sopporto, come se fossimo tutti interscambiabili dopo una ricerca su Google. Io non mi sognerei mai di dire ad una psicoterapeuta come deve fare il suo mestiere. Dopo aver fatto notare quanto sia quantomeno inopportuna l’aggiunta al gruppo con una risposta garbata, sono stata bloccata. Non è la prima volta che mi succede, non sarà l’ultima.
Ma cosa succede quando queste promesse di dimagrimenti miracolosi arrivano a persone che hanno dei disturbi del comportamento alimentare? Come si sente un ragazzo che combatte con il proprio peso corporeo? Come reagisce un’adolescente che non ha ancora ben definita la sua immagine? Quanto si sente offesa una paziente con patologie dell’apparato gastrodigerente?

A voi che pescate a strascico, perché tanto nel mucchio qualcosa rimane impigliato, mentre stalkerate sui social per vendere l’integratore “miracoloso” di un’azienda dal modello di business discutibile, sappiate che dall’altra parte avete persone e le persone non sono un attributo del loro portafoglio.
Potreste fare sentire a disagio le persone, provocare anche dei problemi di salute, fargli del male per i pochi spicci che vi rimangono in tasca nella geometria di una piramide che difficilmente scalerete, in un marketing per il quale voi rappresentate la base.

Forse qualche domanda etica sarebbe giusto porsela.